Perché non possiamo più dirci froci
L’arrivo di giugno ci impone, come ogni anno, il rilancio della campagna di boicottaggio nei confronti del Pride Month: iniziativa che, come abbiamo avuto più volte modo di sottolineare (sic!) su queste pagine, rappresenta unicamente il punto di raccordo tra gli interessi economici delle multinazionali e la falsa coscienza delle democrature occidentali.
Anche quest’anno, quindi, prepariamoci insieme all’unica celebrazione possibile (il genetliaco di Raffaella Carrà, il diciottesimo giorno del mese) ripercorrendo alcuni dei principali motivi per cui il cittadino consapevole ha il dovere morale di rigettare la brandizzazione della propria identità, sessualità e coscienza.
1) L’identità non è né individuabile né mercificabile, e il tentativo di traslare artatamente insiemi di presunte caratteristiche fisiche, cognitive e psicologiche in altrettante categorie – discrete ed individuabili – di consumatori non giova, anzi nuoce, al percorso di liberazione ontologica ed etica della specie. All’ipertrofia alfabetica delle sigle (LGBTQIA+, a quando la P, la N, la Z?) non corrisponde infatti un incremento né della rappresentanza politica né della rappresentazione artistica, filosofica o scientifica delle infinite variabili dell’essere umano. Ad ampliarsi è soltanto la facilità con cui le multinazionali possono predisporre strategie di marketing mirate all’acquisto di prodotti specificamente disegnati per un pubblico al quale si è fatto credere di avere bisogni minoritari, tali quindi da potersi espletare soltanto attraverso una porzione limitata e dedicata dell’offerta complessiva di servizi e di merci.
2) Gli aspetti più coloriti delle manifestazioni pubbliche (in primo luogo le parate dei Pride, ma anche, con rarissime eccezioni, l’organizzazione di rassegne cinematografiche, teatrali e letterarie) rispondono ad obiettivi che controintuitivamente ledono il diritto alla contestazione delle norme sociali. Imbrigliati da intrinseche norme omonormative, contrattati con le Pubbliche Amministrazioni e le forze di Polizia, tali eventi sono ormai privi, nella maggior parte degli Stati occidentali, di una reale forza dirompente; dall’altro lato, la pur edulcorata stereotipia delle simbologie impiegate e delle visioni artistiche proposte si offre al pubblico generalista in forme provocatorie-quel-tanto-che-basta per giustificare, nei restanti undici mesi dell’anno, continue campagne di condanna a qualsivoglia forma di comportamento rivoluzionario-liberatorio-deviante, affidate agli organi dell’informazione tradizionale, collusa con il potere repressivo delle Istituzioni politiche e religiose.
3) L’idea stessa dell’esistenza della comunità LGBTGIA+ è di per sé da respingere, in quanto ha scopi ed effetti che pertengono unicamente, come già visto, alla sfera economica e – ancor più pericolosamente – alla segregazione sociale. In seno alla comunità l’individuo regredisce ad uno stato adolescenziale perché imposta secondo logiche esteriori l’accrescimento della propria cerchia di relazioni, depone i propri obiettivi personali in favore di agende globalizzate occulte, si affida a fallacie logiche di vario tipo nell’elaborazione dell’idea di sé.
4) La comunità LGBTQIA+ è responsabile, su scala globale, di crimini contro la persona, in quanto promuove e sponsorizza la chirurgia di riassegnazione di genere (cioè una pratica medica di mutilazione genitale) e la terapia ormonale (cioè la prescrizione di sostanze psicoattive senza evidenti giustificazioni sanitarie). Chi scrive sa, per esperienza personale, che la disforia di genere e più in generale la mancata identificazione binaria non ha alcun bisogno di modifiche fisiche per esprimersi in modo pacificato e felice. Tali interventi medici risultano quindi dannosi per la persona che li subisce, oltreché inaccettabili a livello concettuale, in quanto riaffermano gli stereotipi del binarismo di genere (inesistenti in natura, dal momento che esistono più di 700 diverse condizioni cromosomiche e ormonali che mettono in crisi una concezione oppositiva e distinta dei generi sessuali).
5) La combo sospensorio in cuoio – butt plug di silicone glitterato, molto in voga quest’anno nelle uscite pubbliche dei circoli BDSM di Roma e Milano, è francamente improponibile per una signora di buon garbo come me, avida consumatrice di legumi e ormai entrata negli anta.
Disclaimer: ogni volta che affronto questi temi, qualche benintenzionato dalle vedute ristrette mi fa notare la presunta contraddizione tra le mie posizioni ideologiche e la mia partecipazione a eventi organizzati dalla comunità LGBTQIA+ (Mama mia di Torre del Lago, Cassero di Bologna, The Shade di Firenze per citarne alcune). Ricordo allora recisamente che da bambina ho fatto il mio bravo catechismo e che credo nel valore del dialogo ecumenico, anche a costo di un certo grado di compromissione personale.
Tanti ghiotti bacini a piselloni e pisellini,
Patty Latera Nancy
(Disclaimer: Articolo di finzione, creato per il Larp Unsolved Run 2, Pescaglia, 19-21 dicembre 2025)