LA TRAPPOLA PERFETTA: COME L’HYPERPOP STA PREPARANDO IL TERRENO AL TRANSUMANESIMO
Lo dico subito: l’hyperpop non è un genere.
È un programma.
Un’architettura sonora studiata per farvi desiderare spontaneamente, ingenuamente, la vostra stessa sostituzione biologica.
E prima che vi nascondiate dietro il solito “è solo musica”, lasciatemi rispondere con un sorriso amaro:
da quando in poi l’industria musicale fa qualcosa “solo per divertire”?
1. L’HYPERPOP NON È UMANO. E NON DEVE ESSERLO.
Quando ascolto certi artisti ( e non farò nomi solo perché alcuni di voi non sono ancora pronti ) percepisco la stessa sensazione che ho quando analizzo testi sul transumanesimo:
la rimozione del limite biologico.
Voce pitchata fino all’innaturale.
BPM accelerati oltre il ritmo cardiaco umano.
Autotune che non corregge: riscrive.
Corpi digitali che sostituiscono quelli di carne.
Non è stile.
È messaggio:
“Diventa ciò che non sei. Abbandona ciò che sei troppo debole per difendere.”
Gli accademici lo chiamano “estetica post-umana”.
Io lo chiamo semplicemente: addestramento.
2. PERCHÉ IL TRANSUMANESIMO HA BISOGNO DEL POP ESTREMO
Il transumanesimo vuole un’umanità 2.0, docile e completamente integrata nel digitale.
Il problema è che le persone normali non si svegliano un giorno desiderando di farsi sostituire la voce, le emozioni, il corpo.
Serve una preparazione.
Serve rendere bello ciò che un tempo avrebbe fatto paura.
E allora ecco l’hyperpop:
- estetica digitale scintillante,
- identità liquide,
- avatar come persone,
- corpi come “template”.
Lo capite cosa stanno facendo?
Normalizzano l’idea che l’essere umano sia solo un punto di partenza, non un limite.
Che qualcosa di più sia desiderabile.
Che “più veloce, più acuto, più artificiale” equivalga a “più vero”.
È la propaganda perfetta perché passa come moda, non come dottrina.
3. IL SUONO CHE TI DEFORMA
In redazione, qualcuno mi ha chiesto: “Marla, ma che ti ha fatto l’hyperpop?”
Niente.
È proprio questo il punto:
non ti fa nulla,
ti trasforma.
Frequenze altissime, volutamente oltre la zona di comfort uditivo, che secondo alcuni tecnici del suono potrebbero generare stati di ipereccitazione neurologica.
Beat compressissimi che imitano il rumore di una macchina che si surriscalda.
Voci che non esistono in natura — né maschili né femminili, solo… altro.
È una musica che ti dice:
“Il tuo cervello può andare più veloce.
Il tuo corpo può essere sostituito.
La tua identità è un software.”
E voi ballate.
4. L’ESCA PERFETTA PER LA GENERAZIONE PIÙ FRAGILE
Così come il rock degli anni ’70 fu usato per testare tecniche di controllo emotivo attraverso volume e folla, così l’hyperpop sembra progettato per testare un altro confine:
quanto artificiale possiamo diventare prima di perdere il senso di noi stessi?
E chi è il bersaglio?
Gli adolescenti.
Giovani che vivono metà vita nel digitale e l’altra metà cercando di assomigliare a ciò che vedono online.
È a loro che l’hyperpop sussurra:
“La carne è lenta.
La carne è vecchia.
La carne è superata.”
Non è un caso, ovviamente.
Non è mai un caso.
5. IL MORSO DEL FUTURO
Io non dico che tutti gli artisti del genere siano complici consci.
La maggior parte non lo è.
Sono strumenti, come sempre.
Il sistema cerca voci giovani, le plasma, le amplifica, le rende icone di un mondo neon illuminato e completamente sintetico.
E nel frattempo, i promotori del transumanesimo sorridono.
Perché ogni nuovo fan dell’hyperpop è già un passo più vicino a desiderare:
- una voce migliorata,
- un corpo modificabile,
- un’identità modulabile,
- una mente potenziata.
Che cos’è questo?
Arte?
Intrattenimento?
Cultura giovanile?
No.
È il preludio.
Conclusione
Quando ascolto hyperpop, non sento futuro.
Sento strategia.
Sento una mano invisibile che tesse, da decenni, la stessa trama:
trasformare l’umano in qualcos’altro, lentamente, seduttivamente, beat dopo beat.
E vi chiedo — come faccio da anni, come ho fatto in Operazione Camelot —
di rivolgervi la sola domanda che fa crollare ogni illusione:
lì c’era un complotto?
Sì.
E lo state cantando a memoria.