LA PLAYLIST DEL SISTEMA: MUSICA PER ADDORMENTARE CHI NON DEVE PENSARE.

LA PLAYLIST DEL SISTEMA: MUSICA PER ADDORMENTARE CHI NON DEVE PENSARE.

Prima di iniziare, una domanda.
Non retorica.
Non ironica.
Una domanda mortale nella sua semplicità:

Da quanto tempo non scegli davvero tu cosa ascolti?

No, non rispondere subito. Non fare il brillante.
Aspetta qualche riga.
Guarda in faccia l’orrore con calma.

Ogni volta che apro un social, un servizio di streaming, perfino la radio lurida del bar dove lavoro, mi ritrovo circondata dalla stessa melma sonora: playlist identiche, costruite con la precisione di un bisturi militare. Tutta quella musica che “ti rilassa”, che “ti calma”, che “migliora la produttività”.
Che parola meravigliosa, eh? Produttività.
La parola preferita di chi vuole un’umanità che non rompe più i coglioni.

E mentre voi vi fate cullare come neonati lobotomizzati, io vedo il pattern.

Frequenze che tornano.
Accordi che non cambiano.
Ritmi che parlano al corpo prima che al cervello.

Vi ricordate quando qualcuno definì la musica “linguaggio universale”?
Che teneri.
La verità è che la musica è il telecomando universale.
E voi siete le televisioni.

Certo, poi mi scrivono:
“Marla, ma tu esageri.”
“Marla, ma la musica è arte.”
“Marla, ma tu non stai bene.”

Sì, certo.
E Kennedy si è sparato da solo dietro la testa, vero?
Lo racconto già in Operazione Camelot: quando un potere ha fatto qualcosa di indicibile, la prima regola è ridicolizzare chi prova a dirlo.
È un meccanismo vecchio.
Funziona sempre.
Funziona soprattutto con voi.

Ora ascoltatemi, se siete ancora capaci di farlo senza chiedere il permesso al vostro algoritmo preferito.

Negli ultimi dieci anni sono nate applicazioni che promettono “guarigione tramite vibrazioni”.
Esistono playlist che “combattono l’ansia”.
Ci sono studi — finanziati da chi? ma guarda un po’ — che affermano che certe frequenze possono stabilizzare l’umore, placare l’attenzione, regolare l’impulsività.

Sapete cosa significa?

Che la musica può entrare nella vostra testa, girare un paio di viti, smussare gli angoli e trasformarvi in un ammasso di carne collaborativa.

E se può farlo per guarire, può farlo anche per controllare.
È logico.
È inevitabile.
È ovvio.
Eppure dovrei ancora sentirmi matta?
Io?

Avete mai ascoltato un brano che sembrava incollarsi al vostro cervello per settimane, anche se lo odiavate?
Vi siete mai svegliati stanchi dopo una notte passata ad ascoltare musica “rilassante”?
Vi è mai capitato di sentirvi improvvisamente agitati, senza motivo, proprio quando partiva quel genere, quel ritornello?

Non è un caso.
Non è mai un caso.

L’industria musicale è diventata la mano invisibile che vi modella.
Una goccia alla volta.
Una frequenza alla volta.
Un battito alla volta.

E voi non fate nulla.
Niente.
Neanche alzare un sopracciglio.
Neanche spegnere un telefono.
Neanche dubitare un secondo.

Sapete perché?

Perché è più comodo essere manipolati che essere liberi.

E allora sì, facciamola la domanda.
Quella che i miei haters odiano più di tutto.

Lì c’era un complotto?

Tu chiamalo complotto.
Io lo chiamo silenzio pilotato.
Il vostro, soprattutto.

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