All'ombra delle fanciulle in Floris: Pedofilia, Vaticano e diritto d'inchiesta

A poche settimane dalla prima diffusione dell’audio dove M. N. (ex membro della Banda della Magliana assai vicino al boss Enrico “Renatino” De Pedis) accusa in modo inequivocabile Karol Wojtyla di presunti atti di pedofilia che avrebbero condotto all’eliminazione fisica di Emanuela Orlandi, appare francamente irricevibile la posizione espressa dal giornalista Giovanni Floris, nell’apertura della puntata di Atlantide dello scorso 19 aprile 2023.

Il noto volto dell’informazione targata LA7 (più attento a curare, negli ultimi anni, la conservazione di un suo certo, stuzzicante e borghesissimo je ne sais quoi che la deontologia professionale) si è infatti prodotto in un’arringa difensiva, dal lessico mirabilmente opaco e dall’insuperabile veltronismo, tutta tesa a relegare lo scomodo documento nel recinto delle chiacchiere da bar.

Un simile atteggiamento, comprensibile nella reazione ispida di alti prelati più o meno compromessi con gli scandali della pornocrazia vaticana (come il Cardinale Stanislaw Dziwisz, già segretario particolare del pontefice polacco), diventa invece inammissibile in seno a un’emittente assai seguita dal pubblico italiano.

Contravvenendo ai più elementari fondamenti costituzionali, pacato e sornione, Floris cerca innanzitutto di convincerci che i cittadini non sono tutti uguale di fronte alla Legge, sostenendo che la testimonianza di noti criminali non possa avere valore di realtà e ipso facto non meriti nessuna forma di fact checking – il fact checking, si sa, utile solo sotto lockdown, per tenerci tutti chiusi in casa a guardare LA7 – senza contare che il mafioso in questione almeno una cosa indubitabilmente equanime l’ha detta: «le cose vere non se ponno pubblicà».

Ci informa poi, il conturbante ballarista, che «non puoi lanciare un sasso che fa male a tante persone che credono, ad esempio, in un santo», perché «la giustizia e la verità si ottengono col bisturi, si ottengono col rispetto, con la dolcezza e con l’apertura». Ora, che il bisturi fosse strumento di rispetto e dolcezza mi giunge francamente nuova: non mi risulta possano essere d’accordo, tanto per citare un caso di acclarata fama, le belle di notte che la Londra vittoriana risputava a pezzi sui marciapiedi.

Più grave è però scoprire, al di là della sfortunata metafora, che viviamo di fatto nella metastasi di una cancerosa teocrazia, dove la superstizione diventa un anacronistico scudo nei confronti dell’approfondimento e in ultimo della ricerca della verità (senza maiuscola; quella vera davvero, insomma).

E se Floris ci dice, in sostanza, che non è bene «cavalcare ogni audio», chi scrive gli risponde con un invito al confronto diretto: caro collega, chissà che approfondendo insieme la questione, con la dolcezza che lei tanto liberamente propala e l’apertura che giustamente si augura, non finisca per ravvedersi e concedere magari una qualche nuova chance all’equitazione.

Oltre la boutade, ma ben confitti nelle sistematiche operazioni di diffrazione verbale, cosa ci resta?

Di fatto a malapena l’Italia immaginata da questi omofobi le cui sottane nascondono un po’ di tutto: un paese dove coppie più che benintenzionate non possono assumersi presso lo Stato il dovere di crescere un figlio, mentre i preti godono di notevole libertà nell’abusare dei figli degli altri.

Con il rischio di fare, perdipiù, assai onusta carriera, fino all’odore di santità; quando ci sarebbe invece da preoccuparsi, più prosaicamente, del gran puzzo di merda.

(Disclaimer: Articolo di finzione, creato per il Larp Unsolved run 2, Pescaglia, 19-21 dicembre 2025)

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